di Sonia Paoloni, Segretaria nazionale Filctem-Cgil. La relazione al seminario sulle manifatture organizzato dalla Cgil Marche il 18 Marzo 2020.

Buongiorno a tutti, a nome della Filctem Nazionale ringrazio la segreteria della CGIL Marche per l'invito a partecipare a questa importante iniziativa dal titolo "Le Marche e la Manifattura nel lavoro del Futuro", che io declinerei piuttosto in:" Come sarà il lavoro nella manifattura del futuro".

Perché ciò che sta avvenendo è un cambio nel modo di pensare e di organizzare il lavoro, in tutti i settori, per via dell'avvento delle nuove tecnologie introdotte dalla oramai, tanto discussa ed analizzata rivoluzione industriale conseguente alla cosiddetta Industria 4.0, che dovrebbe meglio essere declinata in Lavoro 4.0.

Ovviamente per quanto mi riguarda parliamo della manifattura legata sia al sistema moda, che nella Regione Marche rappresenta una grossa fetta dell'economia complessiva, e che fornisce nonostante la crisi, molti posti di lavoro, sia quella della gomma plastica, della chimica della ceramica e del vetro, della concia.

Pensare perciò a come sarà il lavoro nella manifattura del futuro non può prescindere dal pensare a come l'innovazione, influenzerà la crescita economica e i nuovi bisogni sociali, che da sempre rappresentano un ambito di discussione centrale per il sindacato.

Parlare di questi temi, significa affrontare un dibattito molto serio sul concetto di industria del futuro, dell'innovazione tecnologica in generale, e dei suoi effetti nel mondo del lavoro, sul modo di produrre, sul sistema economico, sul modello di relazioni industriali, ma soprattutto sulla società nel suo complesso.

Come si trasformerà il lavoro nella manifattura è un concetto che si associa perciò all'avvento della nuova rivoluzione industriale.

Lo sviluppo tecnologico e le politiche pubbliche dovranno favorire la diffusione dei nuovi strumenti a disposizione, producendo un vero e proprio cambiamento di paradigma di politica industriale, sempre stata assente nel nostro Paese, che impatta non solo sul livello di avanzamento tecnologico e sulla produttività del sistema economico, ma anche sui sistemi di welfare e di relazioni sociali, sul sistema della formazione e delle competenze necessarie ai nuovi lavoratori, sugli stili di trasporto e di mobilità, sul disegno stesso della nuova economia e società.

Dando per assunto che la crisi decennale dalla quale siamo partiti non è una crisi congiunturale, come quella degli anni Novanta, ma una crisi strutturale che pone le economie più avanzate di fronte ad un cambio di sistema complessivo in ogni suo aspetto legato allo sviluppo, si tratta di avere una visione prospettica il cui esito è tutt'altro che predefinito sia per l'ampiezza delle variabili coinvolte che per le conseguenze della complessità sottesa.

Occorre guardare all'industria manifatturiera e di conseguenza anche ai suoi sviluppi, come a un processo di cambiamento di lungo periodo in cui a una prima fase di transizione e disequilibrio si affiancheranno momenti successivi nei quali il sistema tenderà a nuove forme di equilibrio diverse dalle precedenti.

Come ben sottolineato dallo storico Paul David, infatti, il limite più forte al pieno dispiegamento delle opportunità tecnologiche è la velocità con cui il sistema saprà adattarsi e trasformarsi sfruttando le potenzialità delle innovazioni in maniera sistemica, concependo nuovi modi di disegnare i processi, organizzare il lavoro e combinare le informazioni.

Nonostante questa complessità che impedisce di guardare deterministicamente ai processi in corso, troppo spesso il dibattito pubblico risulta particolarmente enfatico e polarizzato tra chi immagina un futuro apocalittico in cui il fattore umano nel sistema economico viene marginalizzato, con un conseguente crollo occupazionale e un processo di de-professionalizzazione delle competenze, a chi ipotizza l'avvento di una profonda crescita economica foriera di nuove professioni, nuove filiere produttive e di un rinnovato benessere economico e sociale.

Che le macchine possano sostituire il lavoro degli uomini, tra l'altro, è stato ciclicamente uno dei principali oggetti di riflessione da parte degli economisti già a partire dalla metà del secolo scorso e che emerge ogni qual volta si diffondono elementi di innovazione tecnologica.

In termini generali, come messo in luce già nel 1942 da Schumpeter, ogni "salto tecnologico" costituisce una sfida alla sostenibilità sociale del sistema economico.

In particolare, il potere di mercato di cui godono gli agenti economici, che per primi beneficiano delle nuove tecnologie, la distruzione di posti di lavoro associata all'introduzione dei nuovi processi, così come i cambiamenti qualitativi che le prestazioni lavorative possono subire, costituiscono forze di potenziale destabilizzazione del sistema, legate a qualsiasi cambiamento di paradigma e ovviamente sono propri di questa fase di transizione verso l'Industria manifatturiera del futuro.

È del tutto evidente, perciò, che in un'ottica di medio periodo, aldilà delle enfatizzazioni, assisteremmo a un cambio profondo sul piano dei processi produttivi che si ripercuoterà nei rapporti di relazione tra competenze e professionalità e dunque anche nell'organizzazione del lavoro.

È, quindi, necessaria una riflessione sul ruolo del sindacato, della contrattazione collettiva e dei modelli di relazioni industriali all'interno delle dinamiche di cambiamento in corso.

Soprattutto per una categoria complessa quale la Filctem-Cgil che rappresenta sia l'industria più tradizionale che quella più innovativa; sia quella più strettamente manifatturiera che quella delle reti, la comprensione di tali processi è ancora più complicata.

In questo quadro articolato come sindacato non possiamo limitarmici ad assumere un atteggiamento ne di cauto attendismo, ne tantomeno possiamo limitarci a far nostra una posizione catastrofista che guarda all'innovazione in chiave unicamente distruttiva.

La visione catastrofica dell'innovazione non ci aiuta a svolgere il nostro ruolo, in quanto si limita a osservare le forza distruttrice prodotta dal progresso tecnico sull'occupazione, senza affrontare il vero nodo della questione, e cioè, come regolare l'avanzamento tecnologico per correggere eventualmente le dinamiche distorsive in termini di protezione del lavoro.

Il compito delle organizzazioni di rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori, perciò, deve essere quello di conoscere approfonditamente le dinamiche in corso, tenendo in stretta considerazione la complessità dei fattori in gioco all'interno di una visione sistemica, per porsi come soggetto attivo del cambiamento attraverso i diversi livelli di contrattazione collettiva e di concertazione con l'attore pubblico.

Preoccupazioni, paure, pericoli sociali, vanno analizzati con attenzione, insieme con le opportunità che derivano dallo sviluppo delle tecnologie digitali, per diventare i pilastri da cui partire per immaginare un insieme di nuove tutele e di nuove politiche pubbliche, in grado di sostenere lo sviluppo economico contrastando i fattori di rischio e i pericoli di accrescimento delle disuguaglianze.

Alla luce di questa complessità e del ruolo proattivo che come sindacato dobbiamo svolgere è bene puntare l'attenzione su due distinti elementi.

Il primo è legato al tema delle politiche pubbliche, e del ruolo che il sindacato può svolgere nel promuovere iniziative a sostegno di uno sviluppo economico che tenga conto dei nuovi bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori di questo paese.

Il secondo è legato all'attuale modello contrattuale e all'esigenza di interrogarsi su come estendere le tutele oggi previste, in un contesto in cui sfumano i confini tra il lavoro autonomo e quello subordinato e in cui si amplifica l'individualizzazione della forza lavoro, e conseguentemente immaginare quali nuovi strumenti negoziali occorre potenziare e sviluppare per supportare le lavoratici e i lavoratori all'interno del processo di cambiamento.

Per quanto riguarda le politiche pubbliche, occorre ribadire che l'innovazione tecnologica non significa semplicemente corsa alla robotizzazione, l'utilizzo dei tablet in catena di produzione o la dematerializzazione del lavoro che può essere svolto anche a distanza.

I principi ispiratori della quarta rivoluzione industriale, infatti, fanno leva sulla tecnologia digitale come volano per sviluppare una visione completamente diversa dell'impresa, della produzione e del lavoro.

La vera rivoluzione sta nel rinnovamento dei nuovi modelli di business che cambiano i rapporti tra consumatore e produttore, nelle reti di imprese che abbandonano certe gelosie per collaborare in condivisione di servizi e know how, in imprese che diventano veri centri formativi e di ricerca.

In questa accezione noi per primi dobbiamo pretendere che l'attore pubblico non si limiti a mettere in campo risorse economiche unicamente in termini di incentivi all'acquisizione di nuovi macchinari e di nuove tecnologie.

Occorre una visione strategica, politiche industriali vere e una governance coordinata che promuova sinergie tra il sistema economico e quello della formazione e della ricerca, e che determini politiche sociali in grado di favorire lo sviluppo di nuove competenze e mitigare gli effetti negativi dell'automazione.

Se concordiamo sul fatto che una rivoluzione industriale non è un mero processo di adattamento tecnologico, ma un processo profondo che investe le sfere sociali, economiche e politiche è del tutto evidente che un intervento pubblico incapace di strutturare politiche multidimensionali a favore dell'intero sistema paese, rischia di acuire i problemi e di non essere sufficiente per incentivare un reale sviluppo economico e sociale.

Se ci soffermiamo a riflettere sull'industria calzaturiera, prendendola ad esempio, visto che qui c'è il distretto industriale calzaturiero fermano-maceratese, che estende la sua catena produttiva di filiera anche alle altre provincie di questa Regione, possiamo dire che già solo l'avvento della stampante 3D è uno degli esempi più diretti di come l'evoluzione della tecnologia influisce sul sistema produttivo, di come questi processi, lo scambio e il flusso delle informazioni, la digitalizzazione, consentiranno alle imprese stesse di essere interconnesse e di avere una risposta immediata alle esigenze del mercato.

Una riflessione approfondita la meriterebbe anche la dinamica economica che i distretti industriali hanno rappresentato per lo sviluppo dell'economia di interi territori in molte parti del nostro Pese, e su cui è profondamente inserita la dinamica e lo sviluppo del sistema moda e della sua filiera, che si caratterizza per insediamenti produttivi distrettuali.

Nelle fasi cicliche di crisi periodiche, la risposta dei distretti è sempre stata una risposta vincente, di valorizzazione dell'elemento produttivo delle piccole e medie imprese, come salvaguardia occupazionale e delle competenze professionali.

La globalizzazione dei mercati mondiali, i dazi doganali, la scadenza degli accordi multifibre, prima, i dazi doganali, le sanzioni economiche nei confronti di alcuni paesi, la liberalizzazione del commercio mondiale, la mancata contingentazione dei volumi di import poi, hanno ribaltato completamente il paradigma produttivo del valore aggiunto rappresentato dai distretti industriali costituiti da Piccole e medie imprese, come elemento di peggior sfavore.

Oggi il sistema produttivo italiano, da sempre costituito in maggior parte da piccole e medie imprese, con una scarsa vocazione all'innovazione sia in termini di ricerca e sviluppo, che in termini di tecnologia, mostra il suo limite nei confronti di una competizione globale su larga scala.

Il sistema moda in particolar modo, il cui tessuto produttivo è costituto per l'80% da piccole e medie imprese risente più di altri settori della crisi in atto.

All'interno di questo quadro di macro-politiche economiche e industriali, le politiche del lavoro possono svolgere un ruolo chiave nel minimizzare il costo sociale connesso alla probabile distruzione di posti di lavoro.

Da una ricerca commissionata da SMI Sistema Moda Italia, risulta che nei prossimi 4 anni il sistema nel suo complesso, cioè comprensivo di accessori, occhiali, gioielli, concia, avrà bisogno di 48.000 assunzioni in figure professionali, specializzate sia nella produzione diretta, che nella digitalizzazione, che nello sviluppo dei processi produttivi.

La qualità dell'offerta formativa che il sistema pubblico di istruzione e formazione nazionale è in grado di fornire è insufficiente a colmare le reali necessità dei sistemi produttivi.

Occorre potenziare le politiche passive e le politiche attive del lavoro, dando enfasi al tema della formazione rivolta sia ai soggetti già occupati, così da favorire l'adeguamento dinamico delle competenze, sia ai soggetti in cerca di occupazione, al fine di adeguare l'offerta di lavoro alle caratteristiche tecniche dei processi.

Da questo punto di vista, l'efficacia e la tempestività delle politiche attive risulta essere cruciale per favorire gli effetti compensativi che possono ridurre o eliminare i costi sociali della transizione tecnologica.

Occorre anche immaginare un nuovo welfare pubblico che si integri alle politiche del lavoro e alle politiche industriali al fine di contribuire ulteriormente a limare eventuali effetti negativi e consentire che lo sviluppo economico non determini l'emergere di nuove diseguaglianze.

La formazione nel futuro del nostro Paese, deve riuscire a coniugare "l'arte dei vecchi mestieri", elemento sostanziale dell'affermarsi del MADE IN ITALY nel mondo, con l'evoluzione sempre più veloce dello scenario digitale.

Le nuove esigenze professionali che si stanno delineando nei processi produttivi, devono tenere presenti le necessità legate alla sostenibilità dei materiali, dei processi, e aprono la strada a nuove potenzialità di impiego.

Gli specialisti di domani, ma già oggi, dovranno saper dare risposte a nuove richieste in ambito di prodotti e processi legati all'utilizzo di materie prime sostenibili e seconde, provenienti da fonti tracciaste.

In un Paese manifatturiero come l'Italia, l'investimento nella formazione tecnica costituisce un fattore fondamentale di consolidamento delle competenze e contribuisce ad offrire opportunità di lavoro qualificato ai giovani.

Poter contare su un sistema formativo di eccellenza è un elemento strategico per la reputazione internazionale del nostro sistema paese, e per potenziare il valore aggiunto attrattivo che può esercitare sui giovani talenti di tutto il mondo.

Dobbiamo evitare che il nostro sistema produttivo manifatturiero si attesti su produzioni a basso valore aggiunto, con conseguente sfruttamento dei lavoratori, e svalutazione di tutti i diritti sia salariali che normativi.

Già oggi siamo impegnati in una battaglia durissima contro sistemi territoriali basati sull'economia dell'illegalità, non sempre e non solo collocati nel sud del Paese ma anche in molte altre aree del nord e del centro Italia. (Potremmo citare Prato solo ad esempio)

Possiamo vincere nella lotta allo sfruttamento, alla diffusione dei contratti pirata, che fanno dumping contrattuale, oltre a quello salariale, solo se eleviamo il valore delle produzioni, solo se il sistema industriale del nostro Paese, sarà spinto ad investire in qualità e ricerca, anche grazie all'intervento e all'indirizzo di politiche pubbliche.

Sul fronte del sistema delle relazioni industriali, invece, dobbiamo interrogarci sull'adeguatezza delle protezioni del lavoratore predisposte dall'ordinamento giuridico a fronte delle trasformazioni economiche e sociali sottese da un nuovo modello di sviluppo industriale.

In particolare, la domanda che dobbiamo farci è triplice.

In primo luogo, dobbiamo capire se oggi il sistema contrattuale e il diritto del lavoro siano idonei a garantire efficace ed equa tutela delle nuove forme di lavoro rese possibili dalla tecnologia e dalla digitalizzazione.

Dobbiamo poi interrogarci su come cambiano i rapporti di forza all'interno della dicotomia capitale-lavoro nella nuova prospettiva.

Infine, occorre analizzare gli elementi di protezione sociale presenti nei contratti di lavoro e individuare nuovi ambiti negoziali che sono utili a migliorare il sistema di tutele in una prospettiva di pieno sviluppo industriale.

La nuova organizzazione del lavoro, infatti, sta determinando cambiamenti nel modo di produrre che impattano direttamente sui lavoratori.

In particolare, occorre sottolineare come crescono i margini di discrezionalità e autonomia lasciati al singolo lavoratore, che in molti casi è chiamato a svolgere mansioni non rutinarie e a dover operare per risultati all'interno di procedure meno codificate.

In tale accezione è il concetto stesso di subordinazione, intesa come sottoposizione ai poteri direttivi e organizzativi del datore di lavoro soprattutto per ciò che riguarda le modalità esecutive, il tempo e il luogo della prestazione, a mostrare le sue crepe nel momento in cui le nuove tecnologie permettono di liberare il lavoro da coordinate spazio-temporali predeterminate ed il contenuto stesso della prestazione richiesta ai lavoratori è caratterizzata da gradi crescenti di responsabilità e autonoma determinazione.

Nella quotidianità delle aziende, al lavoro tradizionale si affiancano modalità di lavoro agile e formule miste in cui cresce sempre più l'autonomia decisionale del singolo lavoratore e conseguentemente il suo bagaglio di competenze.

Ci si deve allora domandare se non siano maturi i tempi per una revisione delle tecniche generali di protezione del lavoro, prevedendo uno zoccolo comune di tutele, invarianti e indipendenti dalla forma giuridica con cui è resa la prestazione di lavoro, ai quali si affiancano ulteriori tutele basate su referenziazioni aggiornate delle condizioni di effettiva debolezza in grado di identificare i lavoratori a cui applicare protezioni commisurate ai bisogni di tutela.

Ma stanno cambiando anche i rapporti di forza tra le imprese e i lavoratori sia in forma individuale che nelle loro forme organizzate.

La progressiva allocazione del lavoro fuori dallo spazio fisico della fabbrica tradizionale conseguente all'impiego delle nuove tecnologie costituisce una sfida epocale per il sindacato, in quanto i nostri tradizionali strumenti di aggregazione del consenso e di coalizione si basano inevitabilmente sulla contiguità fisica dei lavoratori e sulla comunanza dei loro interessi.

Le tecnologie digitali, in particolare l'internet delle cose e gli strumenti di controllo a distanza, mettono in discussione la condivisione fisica delle coordinate spazio/temporali con cui viene resa la prestazione.

Se l'allontanamento del lavoratore dal processo produttivo rappresenta un elemento di novità che può favorire una maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro, tale allontanamento depotenzia la capacità aggregativa del sindacato nei luoghi di lavoro.

Maggior isolamento, minore capacità di contatto, interessi diversificati contribuiscono a un'ulteriore frammentazione del lavoro con conseguenze inevitabili sul senso di appartenenza e sulla capacità di organizzare le maestranze.

A questo elemento si aggiunge una maggiore capacità di controllo da parte del datore di lavoro che attraverso i sensori e gli strumenti di controllo di gestione può monitorare in tempo reale la produttività individuale e, con l'ausilio di programmi e algoritmi per la gestione delle risorse umane, introdurre meccanismi premiali o punitivi basati su una serie di indicatori di produttività.

Si tratta di elementi che attentano alla privacy dei lavoratori, contribuiscono ad aggravare il rischio sulla salute e sicurezza in particolare per quanto riguarda lo stress da lavoro correlato e partecipano ulteriormente a individualizzare il lavoratore e renderlo meno forte dal punto di vista contrattuale.

In questo contesto, c'è il rischio di indebolire il potere contrattuale dei lavoratori, e il sindacato deve provare a superarsi, arginando le conseguenze più nefaste, individuando nuovi terreni negoziali in cui si può sviluppare un terreno di mutua convenienza con l'impresa.

Penso ad esempio al tema della formazione continua, come valorizzazione delle capacità individuali del lavoratore e come strumento per rafforzare la competitività dell'impresa.

Riprendendo le parole del sociologo Immanuel Castels, se "nell'epoca del fordismo si studiava l'alienazione dovuta alla ripetitività e alla noia, oggi" in particolare in un contesto di manifattura 4.0, che inevitabilmente tenderà ad accrescere le componenti flessibili della produzione, "l'oggetto di analisi deve concentrarsi sull'ansia generata dalla crescita dell'incertezza e del rischio sociale".

In tale prospettiva la contrattazione collettiva, nei suoi diversi livelli, non può lasciare indietro alcuni temi chiave che in questa epoca risultano sempre più importanti.

Penso al diritto soggettivo all'apprendimento permanente e allo sviluppo del proprio capitale di competenze, che è sempre stato un tema fondamentale, ma che in questa fase di cambiamento diventa fondamentale per le aziende e per i lavoratori che vogliono rimanere competitivi sul mercato del lavoro.

Penso al tema del diritto alla disconnessione e più in generale al tema della definizione di confini tra la sfera lavorativa e quella personale.

Penso, infine, al tema della mobilitò professionale nel lavoro e la mobilità tra impieghi.

E' chiaro, infatti, che in una fase di transizione le competenze professionali, le mansioni stesse subiranno un profondo aggiornamento e le lavoratrici e i lavoratori saranno maggiormente soggetti a forme di mobilità lavorativa.

Se da un lato nuove opportunità lavorative si apriranno e altre cesseranno di esistere, e se i principi della manifattura, sono principi che spingono a una maggiore interdisciplinarietà e a maggiori capacità individuali, è evidente che temi così delicati necessitino di un impegno regolatore delle parti sociali al fine di tutelare i soggetti coinvolti e garantire condizioni di equità per tutti.

Per concludere... In questa fase in cui lo sviluppo dei sistemi produttivi può fare da volano a un cambiamento di paradigma economico, politico e sociale è fondamentale riaffermare la centralità e il ruolo del sindacato come strumento di indirizzo delle politiche pubbliche e come motore di un'innovazione e di uno sviluppo che sappia mettere insieme le esigenze economiche con quelle sociali.

Bisogna evitare che in questa delicata fase, ci possa essere il declino della solidarietà tra lavoratori alimentato da una spinta all' individualismo esasperato, che sembra costituire ormai una cifra identificativa, a tutti i livelli, della società moderna.

Tali spinte, se non adeguatamente controbilanciate da una sapiente rigenerazione dell'idea di agire comune, di condivisione, fanno venir meno i valori solidaristici cui è ispirata la nostra convivenza civile, indeboliscono i singoli, aumentano le diseguaglianze.

È quindi evidente che quelle sfide sottese dalla nuova organizzazione del lavoro, rappresentano un impegno importante che vedono nella riaffermazione del ruolo del sindacato, nella contrattazione collettiva e nel confronto tra le parti sociali e l'attore istituzionale la via principale per trovare delle soluzioni effettive.

Dalla capacità di trovare soluzioni innovative e di anticipo rispetto a queste problematiche dipenderà il successo o meno del futuro industriale.

Se, infatti, il progresso tecnologico non sarà bilanciato da una riorganizzazione del mondo del lavoro e della società in generale, tale progresso andrà a vantaggio di una piccola parte della popolazione a discapito della tenuta sociale del paese nel suo complesso.

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