Nel pomeriggio di ieri, il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, e il segretario generale della Filctem Cgil, Marco Falcinelli, hanno inviato una lettera al ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, in cui hanno affermato che “Con la dismissione della chimica di base è a rischio la tenuta industriale del Paese.Il Governo prenda una posizione chiara”.

La lettera

Egregio Ministro,

le sue decisioni ambigue sulla chimica di base continuano a esporre il nostro Paese a rischi industriali e strategici sempre più evidenti. Per questa ragione riteniamo non più rinviabile una presa di posizione pubblica chiara.

Il 10 marzo 2025 ha firmato un protocollo con Eni che sancisce, nei fatti, la dismissione della chimica di base nel nostro Paese, affermando che tali produzioni non sarebbero più sostenibili in Europa.
Pochi giorni dopo, ha sottoscritto insieme ad altri Paesi europei un non-paper che indica esattamente l’opposto: la chimica di base come settore strategico da difendere e rilanciare.

Oggi, a distanza di mesi, non solo questa contraddizione non è stata chiarita, ma gli eventi recenti la rendono ancora più grave.

La crisi geopolitica in Medio Oriente e le tensioni con l’Iran, fino alla minaccia – e in alcuni momenti alla concreta interruzione – del traffico nello Stretto di Hormuz, stanno dimostrando in modo inequivocabile quanto sia pericoloso dipendere dall’estero per materie prime e intermedi chimici fondamentali.
Parliamo di flussi essenziali per l’intera filiera industriale, inclusi prodotti come etilene e derivati, alla base di migliaia di applicazioni manifatturiere. L’industria chimica come “industria delle industrie” come dichiarato da Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la Prosperità e la Strategia industriale, nonché Commissario europeo per l’Industria, le PMI e il Mercato unico

In questo contesto, la scelta di smantellare la capacità produttiva nazionale non è solo industrialmente miope: è strategicamente irresponsabile.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di estrema gravità: la prossima scadenza dell’accordo – che non abbiamo sottoscritto – che prevede la chiusura dell’impianto di polietilene di Brindisi.
Si tratta di un passaggio che rappresenterebbe un colpo ulteriore e forse definitivo alla chimica di base italiana, accelerando un processo di desertificazione industriale già in atto.

Ministro, le chiediamo: è questa la politica industriale del Paese? Rinunciare a intere filiere strategiche proprio mentre il contesto internazionale ne dimostra la centralità?

Lei sta esponendo l’Italia a una dipendenza strutturale dall’estero in un settore che rappresenta l’infrastruttura stessa del sistema industriale. È bene dirlo senza ambiguità: l’Italia rischia di diventare l’unico grande Paese europeo privo di una propria chimica di base, costretto a importare da fuori continente prodotti essenziali.

E quando l’Europa – coerentemente con gli indirizzi già delineati – rafforzerà strumenti di tutela come il futuro “Critical Chemical Act”, le importazioni extra-UE saranno penalizzate.
Il risultato sarà inevitabile: aumento dei costi per tutta l’industria nazionale, perdita di competitività e ulteriore indebolimento del nostro tessuto produttivo.

Non solo. Senza impianti di cracking, l’Italia perderà anche la possibilità di sviluppare su scala industriale il riciclo chimico della plastica, compromettendo uno dei pilastri della transizione ambientale e della decarbonizzazione del settore.

A fronte di tutto questo, resta inoltre gravissima la gestione del confronto:
alla firma del protocollo sono seguiti addendum sottoscritti da soggetti diversi, inaugurando una stagione di accordi frammentati, opachi e privi di una regia pubblica chiara.

Ancora più preoccupante è il ruolo di Eni, azienda partecipata dallo Stato, che non solo dismette la chimica e ostacola possibili soluzioni industriali alternative, impedendo l’ingresso di grandi operatori internazionali interessati a investire nel mercato europeo delle poliolefine.

Le rivolgiamo quindi alcune domande, oggi ancora più urgenti:

  1. Cosa o chi le ha impedito di sostenere con Eni la necessità di mantenere operativi i cracking, alla luce di un contesto internazionale che va esattamente nella direzione opposta?
  2. È consapevole che, mentre si moltiplicano le tensioni sulle rotte energetiche e delle materie prime, l’Italia sta volontariamente rinunciando alla propria autonomia industriale in un settore strategico?
  3. Perché non ha promosso, anche coinvolgendo direttamente la Presidenza del Consiglio, una soluzione industriale alternativa, favorendo la cessione degli impianti a grandi operatori internazionali, invece di accompagnarne la chiusura?
  4. È consapevole dell’impatto occupazionale di queste scelte, non solo per i lavoratori diretti ma per l’intero sistema degli appalti e dell’indotto, che continua a non avere alcuna garanzia concreta?
  5. È consapevole che la chiusura degli impianti di Brindisi e Priolo, a cui si aggiunge ora il rischio imminente sul polietilene, produrrà un effetto domino su Ferrara, Ravenna e Mantova, accelerando la dissoluzione dell’intera chimica di base italiana?

Ministro, il quadro che emerge è netto: mentre l’Europa discute di autonomia strategica e difesa delle filiere industriali, l’Italia procede in direzione opposta.

Siamo certi che anche all’interno del suo Ministero vi sia piena consapevolezza della gravità di queste scelte e dei loro effetti di lungo periodo.

Attendiamo una risposta chiara.

Nel frattempo, continueremo, insieme alle categorie, ai lavoratori diretti, degli appalti e dell’indotto, a contrastare una strategia che consideriamo sbagliata e dannosa per il Paese.

Perché qui non è in gioco solo il destino di alcuni stabilimenti, ma la tenuta industriale dell’Italia.

Qui la lettera integrale > Nota stampa Cgil- Filctem >