Alla vigilia dell’Assemblea Generale conclusiva della Critical Chemicals Alliance che si svolgerà domani 8 ottobre a Creutzwald, sul confine franco-tedesco, le lavoratrici e i lavoratori del settore chimico di tutta Europa stanno facendo sentire la propria voce con un messaggio comune: Adesso basta! Le più grandi aziende chimiche europee hanno i fondi per investire, ma devono scegliere se arricchire i propri azionisti o impegnarsi per il futuro industriale dell’Europa.
L’industria chimica europea è in crisi
Dal 2022 è stata annunciata la chiusura di circa il 9% della capacità produttiva chimica europea, con ripercussioni su 30.000 posti di lavoro diretti e altri 90.000 a rischio lungo tutta la catena di approvvigionamento. Forse ancora più preoccupante è il fatto che gli investimenti in nuovi impianti chimici in Europa siano diminuiti dell’81% nello stesso periodo.
Gli elevati costi energetici sono una delle cause principali, ma lo sono anche le decisioni aziendali. Per anni il settore chimico ha avuto bisogno di investimenti, dall’ammodernamento di macchinari vecchi di decenni alla realizzazione e alla sperimentazione di nuovi processi produttivi a basse emissioni di carbonio. Invece, molte aziende hanno temporeggiato, delocalizzando la produzione in paesi a basso costo, aumentando i dividendi e facendo affidamento sui programmi di sostegno governativi per mantenere aperti gli impianti rimanenti alla minima capacità produttiva possibile.
I soldi ci sono – ma dove finiscono?
I bilanci delle aziende stesse raccontano questa storia. Dal 2010 al 2025, 15 delle più grandi aziende chimiche europee hanno realizzato un utile netto di 215 miliardi di euro. Di questi, ben 138 miliardi sono andati a dividendi e riacquisti di azioni, pur mantenendo 22,3 miliardi di euro in liquidità e investimenti a breve termine alla fine del 2025. In questo periodo, le aziende sono state redditizie per il 93% del tempo (considerando il totale degli anni di tutte le aziende).
Dal 2020 la crisi si è notevolmente aggravata. La concorrenza estera più agguerrita e l’aumento dei prezzi dell’energia elettrica industriale hanno reso sempre più difficile per il management continuare a rimandare i problemi. Tuttavia, la logica della massimizzazione del valore per gli azionisti continua a prevalere, anche se porta a perdite. Negli ultimi cinque anni, le aziende da noi analizzate hanno versato circa 10 miliardi di euro agli azionisti proprio negli anni in cui hanno registrato perdite. La sola BASF ha distribuito 4,4 miliardi di euro nel 2022, anno in cui ha registrato una perdita di 0,6 miliardi di euro.
Ecco perché industriAll Europe e le nostre affiliate che rappresentano i lavoratori del settore chimico sottolineano da tempo la necessità di un dialogo sociale costruttivo e di un approccio che coinvolga tutte le parti interessate nel processo decisionale del settore chimico. Ora che gli stabilimenti stanno chiudendo e i posti di lavoro vengono tagliati, le stesse aziende chiedono sostegno pubblico e meno regole. I lavoratori non pagheranno due volte: una volta per i dividendi e un’altra per le chiusure.
Nessun finanziamento pubblico senza condizioni vincolanti
Oggi, i lavoratori del settore chimico di tutta Europa stanno diffondendo i messaggi della nostra campagna con una richiesta rivolta ai decisori europei: no a denaro pubblico senza condizioni vincolanti. Domani, la Critical Chemicals Alliance, istituita dalla Commissione europea per individuare la produzione chimica che l’Europa deve mantenere, si riunirà per la sua Assemblea Generale conclusiva. I lavoratori vogliono che qualsiasi sostegno pubblico e qualsiasi potenziale programma «Made in Europe» per il settore garantiscano posti di lavoro e produzione in Europa, non l’ennesima sussidio.
IndustriAll Europe chiede:
- condizioni sociali vincolanti per tutti gli aiuti pubblici: posti di lavoro garantiti, contrattazione collettiva, riqualificazione professionale e protezione contro le delocalizzazioni, nessun finanziamento pubblico per dividendi o riacquisti azionari, e clausole di recupero in caso di mancato rispetto degli impegni;
- appalti pubblici e altri incentivi che utilizzino la domanda europea per sostenere la produzione europea;
- energia pulita a prezzi accessibili, materie prime, ricerca e sviluppo e produzione finale radicate in Europa;
- un autentico approccio «Made in Europe», con una soglia minima di contenuto europeo per i prodotti che beneficiano di sostegno pubblico.
Il messaggio rivolto al management è altrettanto chiaro: fermare i tagli di posti di lavoro, rispettare i contratti collettivi e investire nei siti, nelle competenze e nell’innovazione. Rinunciare alla leadership tecnologica è una scelta aziendale, non una fatalità.
La segretaria generale di IndustriAll Europe, Judith Kirton-Darling:
«I lavoratori del settore chimico europeo ne hanno abbastanza di sentirsi dire che non ci sono soldi da investire mentre miliardi continuano ad affluire agli azionisti. I soldi ci sono. La questione è cosa le aziende scelgono di farne. Abbiamo bisogno di investimenti negli stabilimenti, nelle tecnologie e nelle competenze europee, non di ulteriori chiusure e liquidazioni. E laddove si utilizzano fondi pubblici, deve esserci un chiaro ritorno per la società: buoni posti di lavoro industriali, produzione e investimenti radicati in Europa. Niente assegni in bianco né quote gratuite nel sistema ETS senza condizioni, niente denaro pubblico per dividendi o riacquisti di azioni, e nessun sostegno alle aziende che prendono i soldi per poi chiudere o delocalizzare. L’Europa ha bisogno della sua industria chimica, e i lavoratori del settore chimico hanno bisogno di un futuro. È ora che le aziende e i responsabili politici agiscano di conseguenza».
Il segretario generale della Filctem Cgil, Marco Falcinelli:
«Investire nell’industria chimica è centrale e riguarda praticamente tutti i settori manufatturieri. Come ha affermato il vicepresidente della Commissione Europea Séjourné è ‘L’industria delle industrie’ ed è per questo che troviamo irragionevole la decisione di Eni di dismettere la chimica di base. Un’Azienda, controllata dal Governo, che distribuisce utili, dismette le produzioni e aumenta la dipendenza dall’estero di quei prodotti necessari a tutta la filiera industriale. Tutto questo con l’avvallo del ministro Urso che, se da una parte sottoscrive il non paper per il rilancio della chimica europea, dall’altra avalla le decisioni di Eni. La stessa che, alla luce di quanto sta avvenendo nel mondo, solo pochi giorni fa ha riconosciuto un errore chiudere le raffinazione in Italia. Errore che, a nostro avviso, sta ripetendo chiudendo gli impianti per la produzione della chimica di base. L’unica via che crediamo sia giusta è mantenere in Italia e in Europa quelle produzioni con investimenti significativi per ridurne gli impatti ambientali e sociali».
Qui il volantino sul settore chimico, segui l’azione digitale sui social media e trova tutto il materiale della campagna sulla pagina della campagna «Enough is Enough».
Hashtag: #EnoughIsEnough
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