Energia, industria, ambiente, sostenibilità. Parole chiave da cui passa la trasformazione dell'Italia ma anche lo stravolgimento del mondo del lavoro. Servono competenze nuove e i lavoratori rischiano di non essere in grado di salire sul treno in arrivo alla stazione di una nuova rivoluzione industriale. Marco Falcinelli è il segretario nazionale della Filctem Cgil, la categoria che rappresenta i settori - chimica, tessile, energia e manifattura - da cui passa il cambiamento.
Cambia l'industria e si porta dietro anche il mondo del lavoro.
«Indubbiamente il modo di produrre cambia, c'è una filosofia nuova che va tradotta dal punto di vista industriale e che parte da una maggiore sensibilità ambientale. Noi come rappresentanti sindacali dobbiamo fare i conti con questo cambiamento, dobbiamo governare i processi digitali e di sostenibilità ambientale che stravolgeranno non solo le economie dei Paesi ma anche gli assetti geopolitici».
Sugli assetti geopolitici si può fare ben poco.
«È dalle politiche energetiche che passano gli equilibri mondiali. Me lo lasci dire. Siamo fortemente dipendenti da altri anche se avremmo la possibilità di utilizzare risorse nazionali, penso a Ravenna. Quel gas non viene estratto, le estrazioni e le trivelle a largo di Ravenna sono state bloccate: tre miliardi di metri cubi di gas, 1'80 per cento della produzione nazionale. Noi produciamo il 15 per cento di quello che usiamo e lo compriamo da altri paesi: dalla Russia di Putin, dal Nord Africa. Una dipendenza energetica che ci fa avere un atteggiamento prudente su temi che riguardano i diritti umani».
Dovremo arrivare a un impatto climatico zero: le nostre aziende non sono messe molto bene.
«Le raffinerie, gli impianti petrolchimici, le centrali elettriche: tutte aziende che devono cogliere questo obiettivo. C'è da capire rispetto ai modelli che cambiano come aggiornare e riqualificare i lavoratori che sono all'interno degli impianti che stanno uscendo dall'utilizzo dei fossili. Le attività dei nostri ingegneri, tecnici e operai di una raffineria saranno completamente diverse in una bioraffineria. Questa è una prima emergenza».
Avremo lavoratori incapaci di rispondere alle esigenze del nuovo mondo del lavoro?
«La formazione permanente deve diventare un diritto costante nell'arco della vita di ogni lavoratore. In questi settori la riqualificazione è un'emergenza ma il discorso è di carattere generale. E prima delle persone riguarda la parte industriale del Paese. Il cambiamento di un modello produttivo non si fa pigiando un interruttore ma serve un'attenta elaborazione».
A che punto siamo nel processo di cambiamento?
«Nell'utilizzo del mix energetico siamo già più avanti di altri. L'energia prodotta da fonti rinnovabili è al 40 per cento mentre la media europea è al 32 per cento. Sull'utilizzo del carbone siamo al 12 per cento mentre la media europea è del 23 per cento. Dovremo, per raggiungere gli obiettivi, accelerare ancora di più».
Cosa manca per essere pronti a un nuovo cambio di passo?
«La risposta tecnologica. Per elettrizzare la produzione energetica serve installare una potenza di produzione di rinnovabili che comporterebbe: sul fotovoltaico un'installazione di pannelli su almeno un terzo dei tetti del nostro Paese, sull'eolico installarle in mare, ed è possibile solo sull'Adriatico. Quindi la risposta è che il Paese non è pronto perché c'è un deficit che non può essere colmato in tempi rapidissimi. L'Italia dovrebbe approvvigionarsi di impianti di accumulo e stoccaggio. Dovremmo prevedere la possibilità di produrre batterie. Ci sarebbe bisogno di investimenti ingenti di natura privata e pubblica».
Poi c'è il capitolo idrogeno.
«C'è grande discussione ma è la fonte del futuro. L'idrogeno può essere prodotto da fonti rinnovabili (idrogeno verde), dal gas (idrogeno blu). Potremmo produrre in una fase transitoria idrogeno blu con l'utilizzo del gas ma il Paese non vuole farlo. Perché non produrre allora idrogeno verde da subito? Perché non abbiamo gli elettrolizzatori, macchine costosissime di cui non disponiamo. Su questo, siamo fuori dalla partita».
Un cambiamento industriale complessivo che, si dice, creerà nuovi posti di lavoro?
«Si dice 800mila posti in più. Ma la realtà ci racconta che in una centrale termoelettrica lavorano oggi 200 persone mentre in un impianto di produzione fotovoltaico ne bastano 40. Il saldo è negativo. Per questo, per salvaguardare il lavoro si devono creare le professionalità con la formazione sapendo che i tempi non possono essere brevi. Se cambia tutto entro domani mattina diciamocelo chiaro il saldo è negativo».
In Toscana a che punto siamo?
«Il progetto di riconversione della raffineria di Livorno è stato escluso dal Pnrr, Piano nazionale di ripresa e resilienza. Quando Eni ci ha presentato il piano industriale ci ha descritto cosa sarà il gruppo da qui al 2030: l'attività per il nostro Paese vede una fortissima riduzione per Oil&Gas. Rimarrà il 20% di cosa c'è oggi. Il resto sarà green: rinnovabili, energia prodotta da rifiuti. Le bioraffinerie sono il modello a cui bisogna tendere».
A Livorno c'è molta polemica sul progetto Eni. Non sono tutti d'accordo con lei.
«È sbagliatissimo perdere questo treno. Stiamo dentro un progetto di economia circolare che rivoluzionerà i modelli produttivi di tutto il mondo. Stiamo andando verso un modello che non produce scarti ma dà vita a nuovi prodotti. Questo è il futuro del pianeta. E autolesionista non favorire progetti che vanno in questa direzione. Il nostro è un paese delle resistenze politiche. La cultura "non nel mio giardino" è quella che impedisce di realizzare infrastrutture che ci consentirebbero di accelerare nel progetto di transizione».
È molto vicino alle posizioni dell'industria.
«Sono molto pragmatico. Quel modello produttivo non va più bene. Il problema oggi è capire come possiamo nei modi e nei tempi governare il cambiamento. Le nuove tecnologie sono una necessità del Paese, non di una singola industria. Che lo faccia Eni o qualcun altro è un progetto importante per l'Italia. Non usiamo il gas e aumentiamo la dipendenza. Non produciamo idrogeno verde perché non abbiamo la tecnologia. Dove pensiamo di andare?».
Ce lo dica lei...
«Siamo la seconda manifattura del mondo. Vogliamo difendere il Paese o no? Serve maggiore presenza dello Stato nell'economia con interventi nei settori strategici. Se i temi si affrontano solo dal punto di vista concettuale o emotivo, poi facciamo i conti con la realtà».
Ora abbiamo il ministero della transizione ecologica. Un unico tavolo di riferimento.
«È un'ottima intuizione ma recuperiamo un ritardo su altri Paesi. Attenzione: ora quel ministero deve funzionare, se diventa punto di conflitto, rischiamo di aggravare la situazione».

di Ilenia Reali. (Il Tirreno, 24 febbraio 2021)

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